Briciole di te. Capitolo 13 - La resa finale

scritto da cronicamente_fragile
Scritto Un anno fa • Pubblicato 11 mesi fa • Revisionato 11 mesi fa
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Testo: Briciole di te. Capitolo 13 - La resa finale
di cronicamente_fragile

Fui io a chiederlo, quell’incontro.
Dopo mesi di confusione, brevi silenzi, finti distacchi e ricadute.
Sentivo che qualcosa doveva accadere.
O forse solo finire.

Ci vedemmo.
Ci guardammo negli occhi. Ci toccammo.
E in quel momento, c’era tutto e niente.
Una passione prepotente tra di noi, fatta di ciò che era stato e di ciò che non sarebbe mai più dovuto essere.
Una vicinanza che lasciava spazio ad un contatto che non era solo fisico, ma emotivo.
Intimo.
E per me, devastante.

Mi accarezzava solo in quei momenti. 
Quando ero lì, sotto di lui, con la testa piegata e la volontà spenta.
Quando, pur di sentirlo vicino, gli offrivo tutto:
il corpo, certo.
Ma anche il silenzio.
La pazienza.
La speranza.

Il mio cuore.
Me stessa.

Mi toccava solo quando la passione prendeva il sopravvento,
quando il desiderio ci travolgeva e tutto sembrava annullarsi intorno.
In quei momenti sentivo il cuore esplodermi nel petto, le emozioni correre libere, disordinate.
Io mi lasciavo andare.
Io c’ero, con ogni centimetro del mio corpo, con tutto il sentimento che provavo e che tentavo di contenere.

Ma lui no.
Lui restava sempre lucido.
Presente, sì, ma come se vivesse quel momento a metà: il corpo rispondeva ma l’anima restava chiusa.
A tratti era distante.
Come se il suo tocco fosse un riflesso istintivo, mai pienamente sentito.

Ed era proprio questo che faceva più male:
la mia carne bruciava per lui,
mentre la sua sembrava sfiorarmi solo per bisogno fisico e nulla più.

Io invece crollavo.
Lo guardavo dal basso, in ginocchio.
Con il cuore disarmato e la dignità sparsa sul pavimento.
Tacevo.
Non chiedevo, non pretendevo, non esistevo davvero.
E solo allora, solo in quell’abbandono umiliante, diventavo degna di una carezza.

Una carezza.
L’unico gesto gentile che ricevevo.
Mai fuori, mai altrove.
Mai quando avrei voluto solo essere tenuta per mano, abbracciata, baciata, coccolata.
Mai quando avrei avuto bisogno di uno sguardo, di una parola in più, di un "resto con te, resto per te".

Mi sfiorava quando ero piegata, docile, muta.
Quando il mio sentimento si faceva silenzio.
Quando smettevo di essere persona e diventavo bisogno.

E io… io lo lasciavo fare.
Perché in quel tocco leggevo speranza.
Un'illusione disperata:
che quella carezza, prima o poi, potesse diventare scelta.

Ma no.
Non ero mai abbastanza.
Lo ero solo lì.
Solo così.
Solo quando ero in ginocchio — col corpo e con l'anima.

Quando se ne andò, piansi.
Piansi tanto.
Come chi capisce, finalmente, di aver sbagliato strada per troppo tempo.

Di essersi smarrita nel tentativo di essere scelta.

Dentro di me qualcosa si ruppe.
O forse si liberò.
Perché capii che non ce la facevo più.
Non potevo più restare appesa a speranze che mi spegnevano giorno dopo giorno.

Così gli scrissi.
E per la prima volta, parlammo davvero.
Con calma, senza accuse.
Solo verità.

Gli dissi tutto.
Del mio dolore.
Del mio bisogno di lui.
Del mio sentimento, che aveva resistito a tutto, perfino alla sua assenza.

Lui mi rispose, in maniera decisa e disse:
"Non provo quello che provi tu. Non posso darti nulla. Non sei sbagliata ma io voglio stare solo."

E io… non urlai.
Non implorai.
Non cercai più un perché.

Lo avevo cercato fino a consumarmi.
Per sei lunghi anni avevo scavato dentro di me come in una terra arida, cercando spiegazioni che non arrivavano mai.

Mi ero chiesta mille volte cosa mi mancasse, quale parte di me non bastasse.
Perché non mi scegliesse, perché continuasse a voltarmi le spalle anche quando gli offrivo tutto ciò che ero.
Perché io non fossi "abbastanza".
Perché ogni suo silenzio sembrasse un verdetto.
Ogni sua assenza una condanna.
Perché riuscisse, con poche parole, a farmi sentire così piccola. Così trasparente.
Mi aveva fatta sentire indifesa, sbagliata, arrabbiata con me stessa e con il mondo per averlo desiderato troppo, per non essere riuscita a farmi desiderare allo stesso modo.

Ma quella volta no.
Non c'era più nulla da chiedere.
Non c’era più spazio per altri perché.
Li avevo silenziosamente urlati per troppo tempo, e ora… semplicemente tacevano.

Quella volta accettai.
Non perché non facesse male, ma perché avevo capito che continuare a chiedermi il perché mi avrebbe tenuta incatenata a un sentimento che esisteva solo per me.

Accettai.
Forse per la prima volta.

Perché a volte, il sentimento non basta.
E se sei l’unica a combattere, non c'è nessun sentimento. È abbandono.

Così decisi di fermarmi.
Di lasciarlo andare.
Ma soprattutto, di riprendere me stessa.

Con dolore, sì.
Ma anche con un filo di pace.
Una pace strana, silenziosa.
Perché il cuore sa quando è tempo di smettere di chiedere.

Era tempo di ricominciare.
Da me.
Per me.
Senza di lui.

Briciole di te. Capitolo 13 - La resa finale testo di cronicamente_fragile
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